Claustra

Nostra Signora dell'Annunziata, Castelvetrano

Autoria

Giuseppe Verde

Nom

Nostra Signora dell'Annunziata, Castelvetrano

Altres noms

San Giacomo Castelvetrano

Dades cronològiques

1526

Ordes

Dominiques
De 1525 a 1550

Comunitats relacionades

Historia Comunitat

Nel 1526, per volontà del conte Giovanni Vincenzo Tagliavia, che contribuì cospicuamente alla realizzazione, si iniziarono i lavori del nuovo convento, accanto alla chiesa della Annunziata, che avrebbe osservato la regola di San Domenico (Regina, 2000, p. 109; Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 27 e pp. 147-151; Amico 1858, p. 264, sposta la data di fondazione al 1622). Il conte aveva come fine quello di mettere a capo di questo monastero la sua protetta suor Elisabetta de Hjeremia, cosa che aveva provato infruttuosamente a fare nel monastero di San Giacomo.

Questo complesso monastico nasceva accanto alla chiesa di san Gandolfo datata al 1259, quando il santo lasciava Castelvetrano per andare a concludere la sua vita a Polizzi dove morì nel 1260. Nel 1514, quando ormai la chiesa era un rudere, i confratelli si attivarono per la sua riedificazione, cosa che avvenne nel 1522 (Ferrigno 1999, p. 486).
Con il passare del tempo il numero delle suore presenti nel convento benedettino di San Giacomo si era ridotto sempre più, fino a quando, nel 1543, si fusero in un'unica struttura monastica sotto il titolo dell’Annunziata, domenicano, che sopravvivrà fino al 1866 (Regina, 2000, p. 53).

La badessa del monastero benedettino di San Giacomo fino al 1543, suor Angela Palazzotto risultò pochi anni dopo, da un atto redatto dal notaio Antonino Abitabile del 2 novembre 1546 V ind., elencata tra le suore che afferivano al convento domenicano dell’Annunziata (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 28, n. 28).

La fusione dei due conventi aveva fatto crescere l’interesse e le vocazioni per questa struttura monastica, tanto che dovette essere ingrandito, continuando ad accrescere il suo patrimonio.

Nel 1577 dal Rollo di mons. Lombardo, si riscontra che a quell'epoca contava trenta monache, salite a trentaquattro, secondo quanto risulta nell'atto redatto l’8 gennaio 1617 dal notaio Vito Mangiapane.

Nel 1579 tra i beni stabili del monastero vi erano alcuni tenimenti di case, i 5/6 del mulino di Messer Andrea sul Modione, oltre a vari censi su vigne, senie, botteghe e fabbricati (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara, 2010, p. 41).

Il Pirri riportava: “Monfterium Sacrarum Virginum Ord S. Dominici fub tit. Annuntiata antiquitatem fuan ex aedificiis demoftrat; huc traslatae funt anno 1590. quatuor moniales Carinenfes cum datibus, & anno 1630. Una folum forer Innocentia Cucinella Abbatiffa fit Carinenfis. Moniales 42. Cum unc. 1053,27 ” (Pirri 1733, II pp. 893-894).

Nel 1617 il monastero gabellava a Vincenzo Lo Manto e a Pietro e Vito Stayano “vineam et locum a li Bigini et in detenzione animalium” per tre anni e per once 44 annue, così divise once 30 a settembre e 14 a gennaio, con l’obbligo di operarvi delle migliorie (Giardina ,Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 41 n. 59).

Il cardinale Giovanni Spinola, durante una sua visita del 1642, riscontrava la presenza di ben 57 monache, definite “Altissimo famulantur, vere serve di Dio” (Regina 2000, p. 109).

Ancora nel 1685, vista la sua buona posizione economica, il convento poteva permettersi di prestare once 360 alla baronessa di Serravalle, proprietaria del feudo Donzelle, a cui servivano per costruire in questo luogo una cartiera, costituendo una soggiogazione di once 18 annuali; inoltre ancora alla metà del ‘700 il convento risultava proprietario del tenimento di “Gorgo dello Staglio” dove si era autorizzati a macerare i lini (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara, 2010, p. 41 n. 61, sempre dal medesimo Rollo).

Durante l’episcopato di monsignor Bartolomeo Castelli (1695-1730), periodo storico in cui la situazione socio-economica generale non era florida, dopo il trattato di Utrecht e il regno dei Savoia sulla Sicilia, le 44 monache, presenti al 29 novembre 1699, riuscirono a avviare la costruzione della nuova chiesa, iniziata nel 1704 e in parte completata nel 1712, per una spesa di once 2212 (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 37 n. 54 e p. 40 n.55). La situazione economica di questo convento, diversamente dal contesto, era in ripresa forse grazie alle donazioni, gli introiti dei legati ed alle doti delle monache (vedi l’esempio della dote di suor Lucia figlia dell’artista Orazio Ferrero, come riportato dall’atto redatto dal notaio Pietro Catanzaro il 4 febbraio 1609, al f. 230 e ss., per cui venne costituita una rendita censuaria iure sub iugationis di once 15 annuali a favore del monastero). Notizie tratte dalla “Relazione della venerabile Monastero della Santissima Annunziata di Castelvetrano, nel tempo del Governo della Rev.da suora Rosa Maria Ognibene, anno 1826”, documento riportato nella tesi di laurea di F. Ferrigno).

Un documento conservato all’Archivio Comunale di Castelvetrano, dove sono elencati tutti gli ecclesiasti regolari presenti al 2 marzo 1724, riporta che nel “Monastero claustrato sotto il titolo di Nostra Signora dell’Annunziata, religiose professe ventidue, converse professe nove, famulo sacristano due, servette donne quattro; - Conservatorio seu. Casa dell’Orfane, Religiose 10, secolari ventisette, servette una, bizocche dell’ordine di san Benedetto cinque” (Diecidue 1989, p. 22, Rollo III, ff. 302 e seg.).

A causa di un crollo avvenuto il 22 luglio 1731 e ai lavori ad esso conseguenti la clausura del convento venne violata, sotto l’autorizzazione e la presenza della badessa suor Candida Stella Carbone, del decano don Felice Alberti, il Protettore don Corrado Ponte ed il padre confessore e cappellano del monastero don Gaspare di Messina (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 63).

Nel 1732 il Noto riportava la presenza di 32 religiose (20 monache e 12 converse professe) mentre la chiesa era patrocinata dalla Compagnia dei Nobili, i quali per assistere all’officio delle funzioni vi disponevano i banchi in circolo; aveva un solo altare con un quadro raffigurante san Giacomo, con dei pellegrini, in cammino verso il Santuario di Compostela, mentre a destra e sinistra dell'altare vi erano collocate due statue una di san Giacomo e l’altra di sant’Andrea Apostolo (Regina 2000, p. 53).

Dalla relazione del vicario foraneo don Felice Alberti, redatta nel 1735 per il vescovo di Mazara, monsignor Alessandro Caputo, erano nella struttura 38 presenze così divise: 18 monache, 2 novizie, 9 educande e 9 converse professe. Sempre nella stessa pergamena si legge che la badessa Ognibene nel 1767, faceva eseguire la doratura delle grate interne della chiesa (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 30 n. 44).

Nel 1785, il monastero percepiva dall’Università di Castelvetrano interessi per once 30,13,3 annui ed ancora nel 1796 venne stilato dall’allora badessa suor Caterina Battistina Cuidera, il rivelo del corredo del convento, ricco di oggetti in oro e preziosi (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 41 n. 60). Il 20 aprile 1828, la badessa pro tempore, suor Maria Daniela Paula, assegnava in enfiteusi per anni sei il tenimento di Furonello con bevaio, corso d’acqua, magazzino, mandrie e con tutte le pertinenze a Gaspare di Barone per once 160 annue, atto del notaio Giuseppe Sciortino Pantaleo del 1828 (Giardina ,Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 42 n. 64,). Sempre nella stessa data, in un altro atto redatto dallo stesso notaio, venivano assegnate per once 16 annuali, per anni sei, al Duca di Terranova le terre che il monastero possedeva a Marcita, atto del medesimo notaio sempre del 1828, (Giardina ,Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 42 n. 65).

Tutto l’arredo e le ricchezze furono disperse all’indomani della promulgazione della legge per l’incameramento dei beni ecclesiastici; nella sua relazione al papa, il vescovo di Mazara Carmelo Valenti il 2 febbraio 1876, riferiva la grave situazione economica in cui versavano le suore in seguito alla cessione dei beni, più di ogni altro convento della diocesi (Regina 2000, p. 110.; Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara, 2010, p. 42 n. 66).

Nel 1966 il vescovo di Mazara mons. Giuseppe Mancuso, elesse la chiesa quale nuova parrocchia del quartiere periferico della “badia”, con il titolo di Maria SS. Annunziata, a decorrere dal 15 settembre 1966 (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 58; Regina 2000, p. 75). 

Figures destacades

Tra le suore presenti nel convento dell’Annunziata che si sono distinte per la loro condotta il Ferrigno riporta il profilo di due, estrapolato dal sacro diario dei domenicani, alla pagina relativa al 9 marzo: “Suor Gismonda di invitta pazienza nelle mortificazioni inflittele dalle suore e una gagliardissima dalla badessa per essere stata la religiosa imputata da gravissimo fallo; dopo parecchi di questi aspri rimproveri inflittile in varie volte, la religiosa sola andò a coro e genuflessa innanzi l’immagine d’un Crocifisso, struggendosi in lacrime, chiedeva aiuto. A sì pietose preghiere rispose il Crocifisso Gesù per bocca di quella sacra immagine e per tre volte pronunziò a chiare note le due parole –audi, tace-. Tale immagine si conservava nel monastero con grandissima devozione;” e alla pagina relativa al 5 aprile si legge di un’altra suora, Prudenza Bascone “di costumi singolari" (Regina 2000, p. 109, n. 138).

Edifici Arquitectura

Sulla datazione della chiesa, dedicata alla “Vergine Annunziata”, le prime notizie certe risalgono al 1504, anno in cui la nobile donna castelvetranese Brigida, moglie di Bernardo Ingoglia, la eleggeva come luogo per la sua sepoltura nel suo testamento redatto dal notaio Giovanni Impastato il 3 settembre 1503: “Dicta testatrix comendavit animam suam onnipotenti et immortali Deo et intemerate Vergini Marie eius matri suumque corpus reponiri i iussit et mandavit intus ecclesiam Nuntiate dicte terre confinante cum confraternitate Sancti Gandolphi cui legavit illud quod reliquit per eius confessorem” (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 8 n. 16) .

Le strutture della chiesa si andarono a sovrapporre a quelle ormai diroccate della chiesa di San Giacomo. Dell’ampliamento della nascente chiesa che già prendeva il doppio nome di san Gandolfo e dell’Annunziata, si legge anche in un altro atto rogato dal notaio Giovanni Impastato il 26 giugno 1510, vi si riferisce della costruzione della cappella di Giovanni Lo Interrato, posta tra quella del Crocifisso e quella Maggiore; ulteriori donazioni furono elargite da benefattori, riportate nei registri dei notai locali Impastato e Dionisio, in questi atti si apprende che le strutture della chiesa versavano, agli inizi del ‘500, in uno stato precario, oltre alla forte volontà dei nobili castelvetranesi di esservi sepolti(Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 8).

Il Tagliavia era stato anche promotore della costruzione del primo ospedale di Castelvetrano adiacente alla chiesa del convento, cui fu assegnato un legato per il completamento della costruzione. Con il passare del tempo il monastero, ampliato, incorporò anche le fabbriche dell’ospedale, la cui attività fu spostata in altri locali adiacenti alla chiesa di Sant’Antonio Abate (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 53).

Nel 1526 per volontà del conte di Castelvetrano, Giovanni Vincenzo Tagliavia, prosecutore della politica paterna nel sovvenzionare le costruzioni di strutture religiose, si promosse e contribuì economicamente alla realizzazione, accanto alla chiesa dell'Annunziata, di un nuovo convento che avrebbe osservato la regola di San Domenico (Regina, 2000, p. 109; Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 27 e pp. 147-151).

Nel 1699 le suore presenti riuscirono a programmare una nuova costruzione, secondo quanto riportato in una memoria redatta nel 1826 da suor Maria Ognibene; questa ricostruendone la cronologia riferisce di una richiesta del 1704 relativa alla ricostruzione della chiesa (Ferrigno 1999, p. 486), che risulterà già in parte riedificata nel 1712, con un costo sostenuto di once 2212 (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 37 n. 54 e p. 40 n.55). La vecchia chiesa era stata trasformata nel nuovo parlatorio e conservava il portale in marmo grigio con formelle di pietra serena, opera di mastro Leonardo Inchrivaglia e datato novembre 1725 nei cui stipiti erano incise le parole del salmo 2,11-12. Il costo totale dei lavori era stato di once 28,12,7. Qualche anno dopo, il 2 giugno 1740, ancora una volta fu necessario eseguire lavori di ristrutturazione sia nella chiesa che nel convento per un ammontare di once 167,15 (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 63).

La chiesa, da poco completata, presentava già lesioni, dovute a un crollo avvenuto il 22 luglio 1731 sul corridoio che correva intorno ad essa di una parte del convento, in cui era allora badessa, suor Candida Stella Carbone.

Una descrizione dell’interno del convento nel 1732 venne stilata dal canonico G. B. Noto che riferiva: “...dai due parlatori si accedeva alla clausura. Per una porticina, dopo una prima stanza, si passava ad una sala ben grande, che, assieme ad altre più piccole, costituiva il ritrovo giornaliero delle monache, che ivi attendevano a lavori domestici. Fiancheggiavano il cortile stanze in cui si conservavano masserizie ed oggetti d’uso domestico delle monache, il refettorio, le cucine, la dispensa. Al primo piano erano tre dormitori” (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 54).

Altri consistenti restauri furono eseguiti nel 1828, sotto la supervisione della badessa suor Maria Daniela Paola, e la direzione dell’architetto Giuseppe Calandra (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 65); una iscrizione, incisa sulla porta principale, riporta il nome della madre badessa e la data di completamento dei lavori 1829 (Ferrigno 1999, p. 486).
I locali espropriati dall’incameramento dei beni ecclesiastici, cominciarono sempre più a deteriorarsi per la mancanza di un'adeguata manutenzione, rimanendo in buono stato fino ai primi anni del secolo XX. In seguito, il convento fu adibito e, come in altri casi simili, trasformato in edificio pubblico. Intorno agli anni ’50 del novecento, dopo essere passato allo stato in seguito all’art. 20 della legge 7 luglio 1866, ma in realtà già dal 5 maggio 1934, l’ingegnere comunale Raffaele Caminzuli aveva presentato un progetto al Podestà prevedendo l’adattamento di parte dei locali ad “Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, per l’asilo nido e per l’orfanotrofio maschile”); il complesso monastico con la chiesa cinquecentesca, venne demolito per volere della municipalità e per far posto ad un edifico scolastico con un grande spiazzo (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 58; Regina 2000, p. 110). Le strutture della chiesa rimaste furono danneggiate durante la seconda guerra mondiale, i lavori per il loro consolidamento e restauro furono eseguiti solo nel 1965, e nel 1966 il vescovo di Mazara mons. Giuseppe Mancuso, la elesse quale nuova parrocchia del quartiere periferico della “badia”, con il titolo di Maria SS. Annunziata a decorrere dal 15 settembre 1966 (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 58; Regina 2000, p. 75).
Ancora una volta la chiesa gravemente danneggiata e in buona parte crollata a seguito del sisma del 15 gennaio 1968 venne riedificata solo tra il 1984/85 secondo il progetto redatto dall’arch. Vincenzo de Pasquale, della curia di Mazara del Vallo (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 58; Regina 2000, p. 76).

Confinante con il monastero benedettino di San Giacomo.

Patrimoni Artistic

Tela della “Vergine Annunziata” di Orazio Ferraro (1619). Posta sull’altare maggiore, fu trafugata durante la seconda guerra mondiale;

  • Quadro dei “10000 martiri”, oggi disperso;
  • Quadro di “San Francesco da Paola” di autore ignoto (1560), rimaneggiato nel 1678, per interessamento della badessa suor Stefania Girolama Aragona, dei duchi di Terranova, come riportato sullo stesso quadro, ignota destinazione.
  • Quadro di “SS. Sebastiano e Rosalia”, ignota destinazione;
  • Quadro di “San Rocco di Montpellier e San Francesco d’Assisi”, ignota destinazione;
  • Quadro del “Nome di Gesù”, oggi disperso;
  • Quadro del “SS. Crocifisso” opera ancora in situ;
  • Quadro di “San Giacomo” attribuito a Orazio Ferrara da Giuliana (1561-1643), era posto sull’altare maggiore da cui è stato rubato negli anni ’50.
Arqueologia

Dell'antico complesso oggi non rimane quasi niente. Con il terremoto del 1968 anche l'ultima delle chiesa realizzata nel sito, subì gravi danni conservando solo la parte inferiore della facciata. Nel cortile della scuola, realizzata alla metà del novecento, si trovano due colonne in pietra bianca provenienti dalla vecchia chiesa cinquecentesca.

Bibliografia i enllaços

Bibliografia

Pirri, R., 1773. Sicilia Sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, vol. I, Palermo.


Regina, V., 2000. Monasteri femminili con chiese e opere d’arte in provincia di Trapani, Alcamo: Sarograf.


Ferrigno, G.B., 1909. Castelvetrano, Palermo: Dizionario ill. dei comuni siciliani.


Tilotta, A., 2006. Capitale degli Aragona Tagliavia. Politica, cultura e società in un comune feudale siciliano del XVI secolo, Castelvetrano: Angelo Mazzotta editore.


Diecidue, G., 1993. Chiesa e Stato a Castelvetrano nel 1700, Castelvetrano (Trapani): Mazzotta Edizioni.


Vivona, G., 2000. Descrizione e notizie di Castelvetrano, con documenti delle investiture, Alcamo: Arti grafiche Campo.


Amico, V.M., Di Marzo, G., 1858. Dizionario topografico della Sicilia, 2 vols., Palermo: S. di Marzo.


Renda, F., 1987. "Economia e Società nella Sicilia dal 1812 al 1860", Contributi per una storia economica della Sicilia, Palermo, Fondazione culturale Lauro Chiazzese della Sicilicassa: ?


Giardina, A., 2010. La chiesa e il monastero dell'Annunziata in Castelvetrano, Palermo: Officina di studi medievali.


Giardina, A., Calcara, F.S., 2010. La città palmosa: una storia di Castelvetrano, Palermo: Officina di studi medievali.


Bitino, G. de., 1990. Il Monastero di San Pietro e le sue monache, Marsala: Centro socio culturale L. Sturzo.


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Paraules clau

Castelvetrano, Vergine Annunziata, domenicane.

GeogrĂ fics
Sicilia
Notes

Le professioni monastiche Le professioni di fede delle monache avvenivano secondo un antico rituale di cui, però, soltanto in documenti relativamente recenti, del XIX secolo, si sono trovati riscontri; esse implicavano l'assegnazione al Monastero da parte dei genitori o dei parenti delle monache di una dote, che si sarebbe incrementata nel tempo, fino a raggiungere la somma complessiva di once 200. Nei tre documenti redatti nel 1828 dal notaio Giuseppe Sciortino Pantaleo, si riscontrano i motivi che le avevano spinte alla vita religiosa: forzatamente, per non disperdere il patrimonio di famiglia, oppure per affermare la nobiltà familiare ed infine a un reale caso di vocazione. Riportando un esempio, si riferisce che in data 24 febbraio 1828 suor Maria Francesca Saveria Ponte (Antonia) fece la sua professione monastica (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 67). Questa, come riportato nell’atto redatto dal notaio il 23 febbraio, dopo che il giorno precedente, aveva ceduto una parte dei beni terreni, a cui aveva diritto a seguito della morte senza testamento della madre Maria Rosaria de Maria, alla zia paterna donna Francesca Saveria Ponte in usufrutto e in proprietà al fratello don Antonino, “quale cessione la detta Soro Maria Francesco Saveria viene di farla a favore di detti Signori zia, e fratello per un doveroso atto di gratitudine verso li medesimi, per li tanti benefitij da loro ricevuti in occasione dell'attuale circostanza della Professione Monastica per la quale da detta Signora Donna Maria Francesco Saveria, non solo le è stata depositata la congrua dote Monastica nella somma di onze duecento, ma benanche sono state fatte, e si faranno tutte le spese necessaria per detta Professione, e dal medesimo Signor Don Antonino sono state impiegate tutte le fatighe per l'oggetto sudetto come le furono per la Vestizione ed entrata al Noviziato, benefica, e favori, de quali la sudetta Soro Maria Francesca Saveria cedente ne conserverà perpetua la memoria” (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 67 n. 99). Anche la sorella Maria Rosaria era già professa nello stesso monastero, e aveva assunto il nome della madre; si trattava di un tipico esempio di monacatura forzata al fine di riunire tutto il patrimonio di famiglia nelle mani del figlio maschio, escludendo dall'eredità le sorelle, questo nonostante il suo uso fosse stato abolito in seguito alla entrata in vigore della Costituzione nel 1812, approvata dal Generale Parlamento siciliano; decaduta questa, nel 1816 all'entrata in vigore anche in Sicilia, delle leggi napoletane. L'8 aprile del 1828, negli atti del medesimo notaio, si redige la professione monastica di suor Maria Carmela Triolo (Maria Rosaria) figlia di Giovanni e di donna Francesca Sciacca; “un raggio superior della grazia facendole conoscere quai brievi sogni le umane grandezze, ed i terreni piaceri quali misure lontane, anziché contrarie ad ottenere la eterna salute vera mercé dei suoi sudori, pensò allontanarsi dalla calca del mondo, e ritirarsi nel segreto chiosco d'esso monistero”. Nello stesso atto è riportata anche la formula di adesione alla professione monastica: “- Ego Soror Maria Carmela Triolo facio professionem, promitto paupertatem, castitàtem, et obedientiam Deo Altissimo, Beate semper Virgini Marie, Beato Dominico Patri nostro et tibi Sorori Marie Daniele Abolisse huius Monasterj Santissime Annunciationis Ordinis Sancii Dominici vice Illustrissimi, et reverendissimi Emmanuelis Gusto Episcopi Mazariensis, et promitto ea omnia inviolabiter observare usque admortem Amen. - Dietro a che fu risposto - Deo gratias" (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 68 n. 101). Anche un terzo documento, del 19 aprile 1828, riferisce di una reale vocazione; i genitori per costituire la dote di ingresso nel monastero della figlia, si riferirono a terzi; vista la situazione anomala, l’accettazione fu subordinata al consenso di tutte le monache, oltre che della badessa (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, p. 68 n. 102). Il padre don Carmelo Leone dichiarava che Maria Crocifissa Leone figlia sua e di donna Rosa Velia allora educanda del suo monastero manifestava lo stesso desiderio di voler prender l'abito di San Domenico sotto la regola del glorioso Sant 'Agostino in questo monastero dell'Annunziata. A seguito di ciò il Leone “priegò la sopra indicata religiosa famiglia ad oggetto di degnarsi riceverla in detto Monistero per una delle moniali per professarsi a suo tempo; al quale oggetto offerì per dote della medesima sua figlia onze duecento da pagarsi cioè onze ventidue in contanti da incassarsi come infra, e per le altre onze centosettant’otto finochè appronterà il denaro in due catameni corrispondenti ogn’uno al capitale dell’infrascritti due censi a segnare due canoni, uno di onze quattro e tari quindici donato da Donna Catarina Errante Parrino come infra, e l'altro di onze quattro, e tari dodeci da Leonardo Grassa, ed essendosi degnata detta Signora abadessa, e Moniali di accettare la proposta di detto Signor Leone, si avanzarono le suppliche da detta Signora Donna Maria Crocifìssa alla Gran Corte Vescovile di Mazara le furono spedite le lettere in data de ventisei gennaro ultimo 1828... E quindi detto Signor Don Carmelo Leone pel presente atto, con garanzia d'ogni molestia sì per dritto, che per fatto, e finochè sborserà l'infrascritto capitale ha assegnato al sudetto Venerabile Monistero, e per esso alla detta Signora Maria Dame la Paula Abbadessa del medesimo coli 'intervento di detto Illustre Signor Cavaliere Paula Protettore, e coli 'annuenza e consenso di tutte le indicate Signore Moniali capitolarmente chiamate, le quali han dichiarato espressamente d'annuirvi, ed in tal guisa per detta Signora Abbadessa; e per le future accettante due censi enfìteutici tutti e due colla facoltà d'essere affrancati dalli rispettivi enfiteuti per capitale ragionato al cinque per cento" (Giardina, Napoli, Bonanno, Calcara 2010, pp. 68-69 n. 101, appendice documentale doc. n. 5-b). Elenco delle badesse: • E' probabile che la prima badessa fosse stata la Elisabetta de Hjeremia, per la quale il conte Tagliavia aveva fatto erigere il monastero; • Caterina di Dionisio (1577); • Antonia Dionisio (1617); • Stefania Ieronima Aragona (1679); • Candida Stella Carbone (1731); • Catarina Battistina Cuidera (1796); • Giovanna Maria Vita (1799); • M. Francesca de Vita (1810); • Rosa Maria Ognibene (1826); • Maria Daniela Paola (1829); • Beatrice Lentini (1866). Elenco delle suore presenti l’8 gennaio 1617 in un atto redatto del notaio Vito Mangiapane al f. 157 del registro del 1616/17. • Antonia Dioniso, badessa; • Caterina Mangiapane suora; • Innocenza Impastato suora; • Dorotea de Mayo suora; • Dimitilla de Amato suora; • Egitiacha Bitino suora; • Fulgenzia Dionisio suora; • Caterina Luna suora; • Prudenzia Bascone suora; • Joé de Mayo suora; • Perseverantia Lampiso suora; • Antonina Mangiapani suora; • Maria Bascone suora; • Hypolita Leone suora; • Innocenza Cucinella suora; • Bastiana Ragusa suora; • Michaela Mangiapani suora; • Tecle Legio suora; • Felicis Aurora Tagliavia suora; • Celestina Palazzotto suora; • Beneditta Laturri suora; • Vittoria de Ganci suora; • Anna Sansuni suora; • Rosaria Luna suora; • Antonina Lacordara suora; • Maria Giglio suora; • Lucia Ferraro suora; • Anna Firreri suora; • Florinda Florito suora; • Benigna Valenti suora; • Angelica Puma suora; • Clarastella Messana suora; • Caterina Dioniso suora; • Vincenza Sansone suora; • Maria de Paulo suora.

CLAUSTRA es un proyecto del IRCVM (Institut de Recerca en Cultures Medievals) de la Universitat de Barcelona.
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